Il Colosso di Rodi: storia di una delle 7 meraviglie del mondo

Il Colosso di Rodi è una delle più affascinanti meraviglie del mondo, un monumento colossale che ha saputo resistere nei secoli non tanto nella sua forma fisica, quanto nell’immaginario collettivo. Questa imponente statua, dedicata al dio Elio, non solo fu annoverata tra le Sette Meraviglie del mondo classico, ma divenne simbolo di grandezza ingegneristica e ambizione umana, influenzando persino opere moderne come la Statua della Libertà di New York.

Origine e costruzione del Colosso di Rodi

La storia del Colosso di Rodi ha inizio in un momento cruciale per la città di Rodi, quando gli abitanti dell’isola greca affrontarono e superarono una minaccia che sembrava insormontabile. Nel 305 a.C., Demetrio I Poliorcete, figlio di Antigono Monoftalmo (uno dei diadochi, i successori di Alessandro Magno), decise di conquistare Rodi, strategicamente importante per la sua posizione nel Mediterraneo orientale. Con un’armata di circa 40.000 uomini e una flotta impressionante, Demetrio — il cui soprannome “Poliorcete” significa proprio “espugnatore di città” — sembrava inarrestabile.

Colosso di Rodi

L’assedio durò oltre un anno, durante il quale Demetrio impiegò tecnologie belliche all’avanguardia per l’epoca, tra cui l’helepolis, un’enorme torre d’assedio mobile alta quasi 40 metri. Nonostante la superiorità numerica e tecnologica dell’invasore, gli abitanti di Rodi resistettero con ingegno, allagando strategicamente le aree attorno alle mura cittadine per rendere inutilizzabili le macchine d’assedio. Nel 304 a.C., l’arrivo di una flotta egiziana in soccorso di Rodi costrinse infine Demetrio a ritirarsi, abbandonando gran parte del suo equipaggiamento bellico.

Per celebrare questa straordinaria vittoria e ringraziare il loro dio protettore Elio (il dio del sole nella mitologia greca), i rodiesi decisero di erigere una statua di dimensioni mai viste prima. La progettazione e realizzazione del monumento venne affidata a Carete di Lindo, scultore nativo dell’isola e allievo del maestro Lisippo. Carete aveva già esperienza nella creazione di statue monumentali, ma il Colosso sarebbe stata la sua opera più ambiziosa.

La costruzione iniziò nel 294 a.C. e richiese dodici anni di lavoro. Secondo le fonti storiche, l’altezza del Colosso di Rodi raggiungeva circa 32 metri e, per realizzare questa impresa ingegneristica, Carete utilizzò una struttura interna di colonne in pietra, rinforzate con travi di ferro, ricoperta poi da piastre di bronzo che formavano il rivestimento esterno della statua. Si ritiene che per l’impalcatura sia stata riutilizzata proprio l’helepolis abbandonata da Demetrio, trasformando così uno strumento di guerra in un mezzo di creazione artistica.

I costi di realizzazione furono enormi: si stima che siano stati spesi circa 300 talenti, equivalenti a diverse tonnellate d’argento, in gran parte ottenuti dalla vendita delle attrezzature militari lasciate da Demetrio. Per il rivestimento esterno furono impiegate circa 13 tonnellate di bronzo e 8 di ferro, rendendo il Colosso una delle opere più imponenti dell’antichità.

L’aspetto e la posizione del Colosso

Il dibattito su quale fosse l’aspetto e la posizione del Colosso di Rodi continua ancora oggi tra gli storici e gli archeologi. L’immagine tradizionale, spesso riprodotta in illustrazioni moderne, mostra una figura maschile con le gambe divaricate poste agli estremi dell’ingresso del porto di Mandraki, permettendo alle navi di transitare sotto di essa. Questa rappresentazione, sebbene spettacolare, è considerata oggi improbabile dagli studiosi per diverse ragioni tecniche.

Colosso Rodi Grecia

Con un’altezza di circa 32 metri, la statua non sarebbe stata sufficientemente alta per consentire il passaggio delle navi tra le gambe. Inoltre, la tecnologia dell’epoca difficilmente avrebbe permesso la realizzazione di una struttura così complessa e soggetta a tensioni strutturali. Le ricerche contemporanee suggeriscono una collocazione diversa: il Colosso probabilmente sorgeva su un alto piedistallo all’interno dell’area conosciuta oggi come la città vecchia o acropoli di Rodi, in posizione sopraelevata su una collinetta antistante al porto.

In questa posizione, la statua di Elio non solo sarebbe stata visibile da grande distanza in mare, ma avrebbe anche offerto una maggiore stabilità strutturale. Quanto all’aspetto, si ritiene che il dio fosse rappresentato in piedi, con un braccio alzato a reggere forse una torcia o un fascio di raggi luminosi simboleggianti il sole, mentre l’altro braccio poteva essere posizionato lungo il fianco o reggere un attributo come una lancia o un arco.

Alcuni studiosi hanno proposto che la statua potesse essere ispirata a un’altra opera di Lisippo, maestro di Carete: un colossale Zeus alto circa 18 metri che si trovava nell’agorà di Taranto, suggestionando così l’idea del “Colosso” come divinità in posizione eretta piuttosto che in quella postura a gambe divaricate che tanta fortuna ha avuto nell’immaginario popolare.

La breve vita e la caduta della statua

Nonostante l’imponenza e lo splendore che doveva caratterizzare il Colosso di Rodi, la sua esistenza fu sorprendentemente breve. La statua rimase in piedi per soli 67 anni, fino a quando un devastante terremoto colpì l’isola nel 226 a.C. Il sisma, che danneggiò gravemente anche la città, provocò il crollo della struttura: secondo le descrizioni dell’epoca, il Colosso si spezzò all’altezza delle ginocchia e precipitò a terra, frantumandosi in numerosi pezzi.

Il re d’Egitto Tolomeo III, desideroso di mantenere buone relazioni con Rodi (importante centro commerciale e culturale dell’epoca), offrì generosamente di finanziare la ricostruzione del monumento. Tuttavia, i rodiesi rifiutarono la proposta, adducendo motivazioni religiose: un oracolo aveva interpretato la caduta della statua come un segno del disappunto divino, suggerendo che ricostruire il Colosso avrebbe potuto offendere ulteriormente il dio Elio.

Così, i frammenti della gigantesca statua rimasero sul suolo di Rodi per oltre 800 anni, diventando un’attrazione per viaggiatori e pellegrini. Plinio il Vecchio, nella sua Naturalis Historia, descrisse i resti osservando che “pochi uomini possono abbracciare il pollice” del Colosso, e che le cavità all’interno dei frammenti rotti sembravano “grotte con enormi massi”. Questa descrizione ha fornito ulteriori indizi sulla probabile struttura interna della statua.

La fine definitiva dei resti del Colosso di Rodi avvenne nel 653 d.C., quando l’isola fu conquistata dal califfo Muawiyah I durante l’espansione araba nel Mediterraneo. Secondo le fonti bizantine, tra cui un testo dell’imperatore Costantino VII Porfirogenito, un mercante ebreo di Emesa (l’odierna Homs, in Siria) acquistò i frammenti bronzei per il loro valore metallico. Si dice che per trasportare tutti i pezzi della statua, suddivisi in frammenti più piccoli per facilitarne il trasporto, furono necessari ben 980 cammelli.

Una curiosità interessante emerge proprio dalle fonti bizantine: secondo Costantino VII, l’iscrizione alla base della statua attribuiva l’opera non a Carete ma a “Lachete di Lindo”, che avrebbe realizzato “il colosso di ottanta cubiti in Rodi”. Questa discrepanza nelle fonti storiche aggiunge un ulteriore elemento di mistero alla già affascinante storia di questo monumento.

Il Colosso nella leggenda e nell’immaginario collettivo

Con la scomparsa fisica del Colosso di Rodi, la sua leggenda cominciò a crescere e trasformarsi nei secoli successivi. La mancanza di rappresentazioni contemporanee e descrizioni dettagliate ha permesso all’immaginazione di artisti e scrittori di popolare il vuoto con interpretazioni sempre più fantasiose dell’antica meraviglia.

L’immagine più duratura e riconoscibile del Colosso è certamente quella che lo ritrae a gambe divaricate all’ingresso del porto di Rodi. Questa rappresentazione, sebbene storicamente inaccurata, apparve per la prima volta in alcune illustrazioni europee del XVI secolo, forse influenzate dalle descrizioni di altri monumenti colossali dell’antichità.

L’idea di una statua così gigantesca da permettere il passaggio di navi tra le sue gambe ha alimentato l’immaginario collettivo, diventando un potente simbolo di grandezza e ambizione umana. Non sorprende che proprio questa immagine abbia ispirato Frédéric Auguste Bartholdi nella progettazione della Statua della Libertà.

La fama del Colosso di Rodi come una delle Sette Meraviglie del Mondo si deve principalmente al poeta Antipatro di Sidone, che nel II secolo a.C. compilò una lista che includeva anche il Tempio di Artemide a Efeso, la Statua di Zeus a Olimpia e il Mausoleo di Alicarnasso.

Tentativi di ricostruzione e ubicazione attuale

Attualmente, del Colosso di Rodi non rimane alcuna traccia fisica. Gli archeologi hanno cercato per secoli indizi sulla sua esatta ubicazione, ma i risultati sono stati finora inconcludenti. L’area del porto di Mandraki, dove oggi si ergono due colonne sormontate da figure di cervi in bronzo, è stata tradizionalmente associata al Colosso, ma le evidenze archeologiche non supportano questa teoria.

Gli studi più recenti propendono per una collocazione nell’area dell’acropoli di Rodi, forse nei pressi del tempio di Apollo Pizio o in un’altra posizione elevata che avrebbe garantito la visibilità della statua da grande distanza. Senza però scavi archeologici ben precisi, che risultano difficili data l’urbanizzazione dell’area, la questione rimane aperta.

Nel corso dei secoli, sono stati proposti diversi progetti per ricostruire il Colosso di Rodi come attrazione turistica e culturale. Negli anni ’50, l’archeologo britannico Lawrence Durrell suggerì una ricostruzione basata sulle conoscenze storiche dell’epoca. Più recentemente, nel 2015, un gruppo internazionale di architetti e ingegneri ha presentato un ambizioso progetto per una nuova versione del Colosso, alta cinque volte l’originale (circa 150 metri) e dotata di biblioteca, museo e faro. Questo progetto, che prevedeva l’utilizzo di tecnologie moderne e pannelli solari come omaggio a Elio, il dio del sole, non ha però trovato finora concreta realizzazione a causa dei costi elevati, oltre a questioni logistiche.

Influenza culturale e significato storico

L’importanza del Colosso di Rodi va ben oltre il suo breve periodo di esistenza fisica. Come simbolo di ingegno umano, determinazione e capacità tecniche, ha ispirato generazioni di artisti, architetti e scrittori. La sua influenza è evidente in monumenti moderni come la già citata Statua della Libertà, ma anche in innumerevoli rappresentazioni artistiche e riferimenti culturali.

La storia del Colosso di Rodi ci racconta molto sulla società rodiese dell’epoca: la decisione di costruire un monumento tanto grandioso riflette la prosperità economica e l’importanza commerciale dell’isola, così come la scelta di non ricostruirlo dopo il terremoto rivela aspetti interessanti della religiosità e delle credenze del tempo.

Viaggiare a Rodi sulle tracce del Colosso

Per i visitatori contemporanei di Rodi, la ricerca del Colosso diventa un affascinante viaggio attraverso la storia dell’isola. Sebbene la statua stessa sia scomparsa, numerosi luoghi permettono di immergersi nell’atmosfera dell’antica Rodi e immaginare come doveva apparire la città all’epoca della sua massima gloria.

Il porto di Mandraki, con le sue iconiche colonne sormontate da cervi in bronzo, rappresenta un buon punto di partenza, anche se probabilmente non corrisponde alla vera ubicazione del Colosso. La città vecchia di Rodi, dichiarata Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO, conserva tracce dell’acropoli antica dove, secondo gli studi più recenti, poteva trovarsi la gigantesca statua.

Il Museo Archeologico di Rodi ospita numerosi reperti storici, aiutando i visitatori a contestualizzare l’epoca in cui visse il Colosso. Particolarmente interessante è la ricostruzione in scala della statua, basata sulle conoscenze storiche attuali, che offre un’idea approssimativa di come potesse apparire il monumento.

Nonostante la sua breve esistenza fisica, il Colosso di Rodi ha conquistato un posto permanente nella memoria collettiva dell’umanità. La sua storia ci parla di ambizione, ingegno e della capacità umana di realizzare opere che sfidano l’immaginazione.

1
Condividi su: